Cos’è il microclima negli ambienti di lavoro, quali parametri valutare, norme UNI/ISO di riferimento, indici PMV, PPD, WBGT, PHS e IREQ e misure di prevenzione

Ta i fattori di rischio di tipo fisico riscontrabili negli ambienti di lavoro troviamo il microclima. Questo rischio viene definito come un complesso di parametri climatici di un ambiente locale (non necessariamente confinato) che determinano o influenzano lo scambio termico tra l’ambiente e gli individui che vi lavorano.

L’analisi e la gestione del rischio microclimatico per i lavoratori sono temi particolarmente sensibili, anche se spesso sottovalutati. Il microclima influisce in modo determinante al raggiungimento della condizione di comfort termico che permette di controllare lo stato di benessere dell’individuo nell’ambiente in cui lavora.

Scopriamo cos’è il microclima, quali sono i parametri che lo determinano e le azioni da mettere in atto per evitare situazioni di stress termico dei lavoratori.

Il D.Lgs. 81/08 impone al datore di lavoro la valutazione dei rischi nei luoghi di lavoro, inclusi quelli correlati alle condizioni microclimatiche, al fine di individuare e mettere in pratica le misure preventive e protettive più adeguate per ridurre tale rischio.

Cosa si intende per microclima in ambiente di lavoro?

Il microclima può essere definito come l’insieme dei parametri fisici e individuali che caratterizzano il comfort termico dei lavoratori dando vita ai cosiddetti scambi termici tra individuo e ambiente di lavoro.

L’art. 180 del D.Lgs. 81/08 include il microclima tra gli agenti fisici da valutare come rischio per la sicurezza. La gestione del microclima nei luoghi di lavoro rappresenta un elemento fondamentale per garantire condizioni adeguate di salute e sicurezza ai lavoratori.

La sua valutazione si fonda sul principio del bilancio termico dell’organismo umano. Il corpo, infatti, genera energia termica attraverso i processi metabolici e la trasferisce all’ambiente mediante diversi meccanismi, tra cui convezione, irraggiamento, evaporazione, conduzione e respirazione.

Il bilancio energetico complessivo, espresso come quantità di energia nell’unità di tempo, può essere sintetizzato dalla seguente relazione:

S = M – W ± CRES ± ERES ± K ± C ± R – E

dove:

  • S = accumulo di calore nel corpo umano;
  • M = metabolismo energetico;
  • W = lavoro meccanico esterno;
  • E = perdita di calore per evaporazione cutanea;
  • R = scambio termico per irraggiamento;
  • C = scambio termico per convezione;
  • K = scambio termico per conduzione;
  • Cres = scambio convettivo respiratorio;
  • Eres = perdita evaporativa respiratoria.

Quando il corpo si trova in equilibrio termico, il bilancio energetico risulta pari a zero (S = 0). Se invece il valore di S è maggiore di zero, l’organismo accumula calore e possono manifestarsi condizioni di stress termico da caldo.

Lo stress termico si verifica quando le condizioni microclimatiche attivano i meccanismi di termoregolazione del corpo umano. Diversamente, il benessere termico corrisponde a una situazione di equilibrio, nella quale non si avverte né caldo né freddo.

Quali parametri influenzano il microclima?

Tra i fattori che influenzano la sensibilità del lavoratore al microclima vi sono quelli fisici e quelli individuali.

I principali parametri fisici termo-igrometrici sono:

  • temperatura dell’aria;
  • temperatura radiante;
  • velocità dell’aria;
  • umidità relativa.

Più in dettaglio, l’allegato IV fornisce indicazioni generali sull’idoneità dell’aerazione, della temperatura e dell’umidità negli ambienti di lavoro. Non specifica, però, i valori quantitativi per i parametri microclimatici da rispettare, ma suggerisce di valutare la situazione in base alle attività svolte dai lavoratori.

I più importanti parametri individuali, invece, sono:

  • attività metabolica dell’individuo;
  • tipologia di abbigliamento;
  • tipologia di mansione svolta.

Tutti questi parametri devono essere valutati attentamente per evitare che le condizioni microclimatiche influenzino negativamente la salute e il benessere dei lavoratori.

Aerazione

I luoghi di lavoro chiusi devono essere dotati di un sistema di aerazione efficiente, sottoposto a controlli periodici e manutenzione regolare per garantire condizioni ottimali nel tempo.

In base alle attività e agli sforzi fisici, i lavoratori devono avere accesso a quantità sufficienti di aria fresca e qualsiasi guasto deve essere tempestivamente segnalato per preservare la salute dei dipendenti.

Nei locali chiusi è necessario assicurare la presenza di aria salubre in quantità sufficiente, tenendo conto delle attività svolte e dello sforzo fisico richiesto. Tale obiettivo deve essere raggiunto preferibilmente mediante aerazione naturale e, quando ciò non risulta possibile, attraverso specifici impianti di ventilazione o aerazione. Gli impianti devono essere mantenuti costantemente in funzione ed essere dotati, ove necessario, di sistemi di controllo in grado di segnalare eventuali guasti che potrebbero compromettere la sicurezza degli ambienti di lavoro.

Inoltre, gli impianti di climatizzazione e ventilazione meccanica devono operare evitando correnti d’aria fastidiose per i lavoratori e devono essere sottoposti periodicamente a controlli, manutenzione, pulizia e sanificazione, così da prevenire rischi derivanti dalla contaminazione dell’aria. Eventuali accumuli di polvere, sporco o sedimenti potenzialmente dannosi per la salute devono essere rimossi tempestivamente.

Umidità

Il grado di umidità deve essere costantemente monitorato e mantenuto a livelli appropriati in base alle esigenze tecniche del lavoro.

Nei contesti industriali in cui i processi lavorativi determinano un significativo aumento dell’umidità dell’aria, è necessario adottare misure idonee a limitare la formazione di nebbie e condense, mantenendo temperatura e umidità entro valori compatibili sia con le esigenze tecniche della produzione sia con il benessere dei lavoratori.

Temperatura dei locali

Anche la temperatura degli ambienti di lavoro deve essere adeguata alle esigenze fisiologiche dei lavoratori, considerando sia le modalità operative sia l’intensità dello sforzo fisico richiesto e nella valutazione del comfort termico occorre inoltre tenere conto dell’umidità e della movimentazione dell’aria, fattori che incidono direttamente sulla percezione del caldo e del freddo. Particolare attenzione deve essere riservata ai locali destinati al riposo, ai servizi igienici, alle mense, ai locali di sorveglianza e agli spazi di pronto soccorso, nei quali la temperatura deve risultare coerente con la specifica funzione svolta.

Le superfici vetrate, come finestre e lucernari, devono essere progettate o schermate in modo da limitare l’eccessivo irraggiamento solare nei luoghi di lavoro e qualora non sia possibile intervenire sulla temperatura generale dell’ambiente, il datore di lavoro deve adottare misure tecniche localizzate o fornire dispositivi di protezione individuale per tutelare i lavoratori dall’esposizione a temperature troppo elevate o troppo basse. Nei locali chiusi, inoltre, gli apparecchi di riscaldamento a fuoco diretto devono essere dotati di adeguati sistemi di evacuazione dei fumi, così da evitare contaminazioni dell’aria dovute ai prodotti della combustione.

La regolazione adeguata della temperatura richiede la considerazione:

  • dei metodi di lavoro;
  • degli sforzi fisici;
  • del grado di umidità;
  • del movimento dell’aria.

Quando non è possibile modificare la temperatura dell’intero ambiente, è fondamentale proteggere i lavoratori da esposizioni eccessive al caldo o al freddo mediante misure correttive localizzate o dispositivi personali di protezione. La temperatura in locali di riposo, servizi igienici, mense e locali di pronto soccorso deve rispettare la destinazione specifica di ciascun ambiente, garantendo protezione contro eccessive esposizioni solari tramite finestre, lucernari e pareti vetrate.

Tipologia di ambienti: moderati, caldi severi e freddi severi

In base alle caratteristiche ambientali e alle condizioni microclimatiche si possono avere 2 tipologie di ambienti:

  • ambienti moderati in cui gli scambi termici tra individuo e ambiente consentono di raggiungere condizioni prossime al comfort del benessere termico;
  • ambienti severi, a loro volta distinti in caldi e freddi, in cui le condizioni microclimatiche ottimali non possono essere garantite e l’eccessivo caldo o freddo rappresentano un grave rischio per salute e sicurezza dei lavoratori.

Rientrano tra gli ambienti severi quelli caratterizzati da condizioni climatiche particolarmente gravose, tipiche delle attività svolte all’aperto, come i cantieri edili o i lavori di manutenzione stradale.

Gli ambienti moderati, invece, sono quelli con parametri climatici controllati, come uffici, centri commerciali e altri spazi confinati climatizzati.

Questa distinzione è tuttavia relativa alle condizioni che si realizzano in un ambiente (ex-post) e non alle condizioni che è possibile realizzare, e di conseguenza devono essere realizzate in un ambiente (ex-ante).

Essa pertanto non coglie la distinzione fra ambienti nei quali non esistono ostacoli allo stabilirsi di condizioni di comfort ed ambienti nei quali, al contrario tali ostacoli esistono, distinzione che rappresenta l’unico vero elemento discriminante pertinente,

Ambienti moderabili e ambienti vincolati

Un’ulteriore, fondamentale distinzione riguarda:

  • gli ambienti termicamente moderabili: nei quali non esistono vincoli che possono impedire il raggiungimento di condizioni di confort;
  • gli ambienti termicamente vincolati: nei quali l’attività lavorativa svolta al loro interno è vincolata alle condizioni termiche. Il vincolo può essere sia di natura ambientale (lavorazioni all’aperto oppure in celle frigorifere) sia legato all’attività che viene eseguita.

L’ambiente termico  “moderabile” deve essere valutato in un’ottica di perseguimento del comfort ai sensi del punto 1.9.2 dell’Allegato IV del d.lgs. 81/2008.

L’ambiente termico definito “vincolato” deve essere valutato in un’ottica di tutela della salute secondo le disposizioni contenute nel Titolo VIII del d.lgs. 81/2008, e precisamente dal capo I, articoli 180 – 186.

Microclima ambiente di lavoro: normativa

La normativa di riferimento per effettuare una corretta valutazione del rischio microclima (caldo severo) è il D.Lgs. 81/2008 con riferimento alle seguenti disposizioni:

  • l’articolo 28: obbliga il datore di lavoro a valutare tutti i rischi per salute e sicurezza, inclusi quelli da microclima e radiazione solare.
  • il titolo VIII capo I del D.Lgs. 81/08: il microclima è riconosciuto come uno degli agenti di rischio fisico.
  • l’allegato IV del D.Lgs.. 81/08: contiene requisiti relativi agli ambienti di lavoro, tra cui temperatura e umidità.
  • gli articoli 181-186: si applicano in assenza di un capo specifico dedicato a microclima e radiazione solare.
  • l’articolo 184: impone informazione e formazione dei lavoratori esposti ad agenti fisici.
  • l’articolo 185: disciplina la sorveglianza sanitaria per i lavoratori esposti ad agenti fisici.
  • l’articolo 41: richiamato per la sorveglianza sanitaria, anche su richiesta motivata del lavoratore.
  • l’articolo 45: rilevante per la predisposizione delle misure di primo soccorso.

Bisogna poi considerare le norme UNI e i relativi metodi da adottare a seconda degli ambienti.

  • freddo severo: UNI EN ISO 11079 – metodo IREQ;
  • caldo severo: UNI EN ISO 7933- metodo PHS;
  • ambienti moderatiUNI EN ISO 7730 – metodo PMV/PPD;
  • stima dell’isolamento termico dell’abbigliamento: UNI EN ISO 9920;
  • ambienti termici moderati e indici PMV/PPD: UNI EN ISO 7730;
  • strumenti e metodi di misura delle grandezze fisiche: UNI EN ISO 7726.

Come si effettua la valutazione del rischio microclima?

La valutazione del rischio microclima deve essere eseguita da personale qualificato, con riferimento alle norme tecniche applicabili e alle condizioni reali di lavoro e tale valutazione comprende:

  • analisi dell’ambiente di lavoro;
  • individuazione delle mansioni esposte;
  • rilevazione dei parametri microclimatici;
  • stima del metabolismo energetico;
  • valutazione dell’abbigliamento;
  • calcolo degli indici microclimatici;
  • individuazione delle misure di prevenzione e protezione;
  • inserimento dei risultati nel DVR.

Tali misurazioni devono essere rappresentative delle reali condizioni di esposizione e negli ambienti moderati è opportuno eseguire rilievi sia nella stagione estiva sia in quella invernale, soprattutto in presenza di impianti di climatizzazione o riscaldamento.

Come detto, la valutazione del rischio microclima negli ambienti di lavoro richiede il rispetto di diverse norme tecniche, a seconda che si tratti di ambienti severamente caldi o ambienti moderati.

Tuttavia, il principio comune a tutte è quello di effettuare misurazioni accurate per determinare i valori esatti dei parametri microclimatici. Questo si realizza mediante l’utilizzo di appositi strumenti di misurazione.

Aggiornamento della valutazione e DVR

Come avviene per quasi tutte le valutazioni, anche per quella relativa al microclima deve essere eseguita con una periodicità quadriennale. In ogni caso, la valutazione dei rischi deve essere aggiornata ogni qual volta si verifichino mutamenti che potrebbero renderla obsoleta, oppure quando i processi lavorativi hanno subito modifiche sostanziali che potrebbero aver comportato la mutazione dei parametri termo-igrometrici o i parametri individuali degli esposti.

Nello specifico, per gli ambienti moderati, sarebbe opportuno effettuare almeno due campagne di rilievi ogni quattro anni, durante la stagione invernale e quella estiva, per controllare il buon funzionamento degli impianti di riscaldamento e raffreddamento degli ambienti di lavoro.

A seguito della valutazione, verrà determinata la presenza di un eventuale rischio per i lavoratori e, dunque, individuate le misure da adottare per eliminare tale rischio.

I dati ottenuti dalla valutazione, misurazione e calcolo dei livelli di esposizione costituiscono parte integrante del documento di valutazione del rischio (DVR).

Ambienti ad obiettivo comfort, o moderabili (metodo PMV)

Negli ambienti ove non esistono vincoli tecnici, produttivi o organizzativi tali da impedire il raggiungimento del comfort termico. In questi casi l’obiettivo non è valutare un rischio per la salute, ma verificare e ridurre l’eventuale discomfort termo-igrometrico.

Il riferimento principale è il metodo PMV – Predicted Mean Vote, disciplinato dalla UNI EN ISO 7730. Il PMV esprime il “voto medio previsto” di un gruppo di persone rispetto alla sensazione termica, su una scala da freddo a caldo. È collegato al bilancio energetico del corpo umano: quando il corpo è in equilibrio termico si ha neutralità, quindi comfort; quando accumula o perde calore si ha sensazione di caldo o freddo. Al PMV è associato il PPD – Predicted Percentage of Dissatisfied, cioè la percentuale prevista di persone insoddisfatte: anche nella condizione ideale, il documento ricorda che una quota minima di insoddisfatti resta fisiologicamente presente.

Per applicare il metodo servono sei parametri: quattro ambientali, cioè temperatura dell’aria, temperatura media radiante, umidità/pressione parziale del vapore e velocità dell’aria, e due individuali, cioè metabolismo e isolamento dell’abbigliamento. Il PMV è applicabile solo entro determinati intervalli e quando l’ambiente è effettivamente “moderato”; se le condizioni sono troppo lontane dal comfort, il metodo perde significato.

Nella valutazione va distinto il comfort globale dal discomfort locale. Quest’ultimo può derivare da correnti d’aria, differenze verticali di temperatura, pavimenti troppo caldi o freddi, oppure asimmetrie radianti, ad esempio superfici vetrate, pareti fredde, soffitti caldi o sorgenti radianti non uniformi. La valutazione corretta richiede quindi non solo il calcolo PMV/PPD, ma anche l’analisi di questi fattori locali.

Sul piano operativo, la valutazione prevede:

  • identificare l’ambiente come moderabile;
  • scegliere postazioni e tempi di misura rappresentativi;
  • misurare i parametri ambientali;
  • stimare metabolismo e abbigliamento;
  • calcolare PMV/PPD;
  • verificare eventuali discomfort locali;
  • confrontare i risultati con i limiti applicabili;
  • infine individuare eventuali azioni correttive.

Negli ambienti moderabili ma non moderati, quelli dove il comfort sarebbe raggiungibile ma non viene garantito per carenze gestionali o impiantistiche, possono essere usati indici semplificati come Heat Index e Humidex, utili soprattutto per valutare situazioni calde con elevata umidità. Infine, il controllo del microclima passa da interventi su temperatura, umidità relativa, velocità dell’aria e temperatura radiante.

L’indice PMV nei CAM edilizi

Il D.M. 24/11/2025 “criteri ambientali minimi per l’affidamento del servizio di progettazione di interventi edilizi, per l’affidamento dei lavori per interventi edilizi e per l’affidamento congiunto di progettazione e lavori per interventi edilizi” stabilisce che il benessere termico e di qualità dell’aria interna prevedendo condizioni conformi almeno alla classe B secondo la norma UNI EN ISO 7730 in termini di PMV (Voto Medio Previsto) e di PPD (Percentuale Prevista di Insoddisfatti) oltre che di verifica di assenza di discomfort locale.

Il PMV deve essere valutato in abbinamento all’indice PPD (Predicted Percentage of Dissatisfied).

Per rispettare i Criteri Ambientali Minimi, il progettista deve elaborare una relazione tecnica di calcolo (spesso tramite software di simulazione dinamica oraria) che dimostri il rispetto dei parametri.

Ambienti vincolati caldi (metodo PHS)

Per gli ambienti in cui esistono vincoli che impediscono il comfort e generano un possibile stress termico da caldo non si valuta più un semplice discomfort, ma un rischio per la salute, con riferimento al Titolo VIII del d.lgs. 81/2008 e alle norme tecniche.

Il metodo centrale è il PHS – Predicted Heat Strain, previsto dalla UNI EN ISO 7933. Questo metodo stima la sollecitazione termica dell’organismo in ambienti caldi, considerando il bilancio tra calore prodotto, calore ricevuto dall’ambiente e capacità di dissipazione, soprattutto tramite sudorazione ed evaporazione.

Anche per il PHS servono parametri ambientali e individuali: temperatura dell’aria, temperatura radiante, umidità, velocità dell’aria, metabolismo, abbigliamento e caratteristiche del vestiario. Rispetto agli ambienti moderabili, qui assumono un peso decisivo la sudorazione, la disidratazione, l’accumulo di calore corporeo e la durata dell’esposizione.

Il metodo produce descrittori di rischio e consente di calcolare i tempi massimi di esposizione. Il documento evidenzia l’importanza delle pause e delle esposizioni multifase: quando il lavoratore alterna fasi calde, fasi meno calde e pause, la valutazione deve considerare l’andamento complessivo e non solo un singolo momento.

La misura dei parametri fisici deve essere rappresentativa delle condizioni peggiori realisticamente ricorrenti. Occorre misurare nelle postazioni effettive di lavoro, nei momenti in cui il carico termico è più significativo, e tenere conto della variabilità delle sorgenti di calore, dell’irraggiamento, della ventilazione e dell’organizzazione del lavoro.

Per ridurre il rischio negli ambienti caldi, il metodo richiama varie misure: riduzione del carico termico alla fonte, schermature radianti, aspirazione di aria calda vicino alle sorgenti, cabine climatizzate, organizzazione dei turni, pause adeguate, acclimatazione progressiva, disponibilità di liquidi e reintegro di sali minerali. L’informazione, la formazione e l’idoneità sanitaria sono elementi essenziali.

Ambienti vincolati freddi (metodo IREQ)

Per gli ambienti nei quali i vincoli produttivi o ambientali espongono i lavoratori a stress termico da freddo l’obiettivo non è il comfort, ma la tutela della salute, perché il rischio è legato alla perdita eccessiva di calore corporeo e alla possibile ipotermia.

Il metodo di riferimento è l’IREQ – Insulation Required, previsto dalla UNI EN ISO 11079. L’idea centrale è determinare quale isolamento termico dell’abbigliamento sia necessario per mantenere condizioni corporee accettabili durante l’esposizione. Il vestiario diventa quindi il parametro centrale: negli ambienti freddi, l’organismo ha capacità limitate di ridurre la dispersione termica, perciò l’isolamento fornito dagli indumenti è decisivo.

I parametri richiesti sono analoghi a quelli degli altri metodi: temperatura dell’aria, temperatura media radiante, pressione del vapore/umidità, velocità dell’aria, metabolismo e isolamento dell’abbigliamento. Tuttavia, negli ambienti freddi ha particolare importanza la velocità dell’aria, perché aumenta la dispersione di calore e può aggravare rapidamente il rischio.

Il metodo IREQ permette di valutare l’adeguatezza dell’abbigliamento disponibile e, se necessario, di stabilire il DLE, cioè la durata limite di esposizione. Quando l’abbigliamento non è sufficiente a garantire l’equilibrio termico, occorre ridurre il tempo di permanenza e introdurre pause in ambienti più caldi.

La valutazione richiede misure nelle postazioni realmente occupate e nei periodi rappresentativi delle condizioni peggiori. Devono essere considerati anche i percorsi tra ambienti esterni, spogliatoi, celle o locali freddi, perché bruschi sbalzi termici possono aumentare il disagio e il rischio.

Il controllo del rischio negli ambienti freddi si basa soprattutto su abbigliamento adeguato, riduzione della velocità dell’aria, limitazione dei tempi di esposizione, pause programmate, ambienti di recupero, percorsi di acclimatazione e progettazione degli impianti in modo da evitare flussi d’aria diretti sulle persone. Il documento cita come esempi tipici celle frigorifere e ambienti dove si mantengono prodotti a temperature molto basse.

Quali sono gli strumenti di misura dei parametri microclimatci?

Il capitolo descrive gli strumenti necessari per misurare correttamente i parametri microclimatici. I parametri principali sono: temperatura dell’aria, umidità relativa o pressione del vapore acqueo, velocità dell’aria e temperatura media radiante. Per il discomfort locale possono servire anche la temperatura del pavimento e la temperatura piana radiante.

La temperatura dell’aria si misura con termometri, termocoppie o termistori. È importante evitare che la sonda sia influenzata da sorgenti radianti vicine, perché in quel caso misurerebbe un valore alterato, intermedio tra temperatura dell’aria e radiazione termica.

L’umidità viene trattata distinguendo tra umidità assoluta o pressione del vapore acqueo e umidità relativa. La misura è necessaria perché l’umidità influisce sia sul comfort sia sulla capacità del corpo di disperdere calore attraverso l’evaporazione del sudore.

La temperatura media radiante si misura spesso tramite globotermometro, che consente di stimare l’effetto combinato delle superfici radianti circostanti. La risposta dello strumento richiede attenzione ai tempi di stabilizzazione.

La velocità dell’aria si misura con anemometri, ad esempio a sfera calda, filo caldo o ventolina. Il documento sottolinea che la scelta dello strumento dipende dal tipo di flusso, dalla direzionalità e dalla rapidità di risposta richiesta.

La temperatura del pavimento serve per valutare uno specifico discomfort locale, mentre la temperatura piana radiante si usa per verificare asimmetrie radianti tra superfici contrapposte, ad esempio parete calda/parete fredda o soffitto/pavimento.

Particolare attenzione va posta sulla taratura: gli strumenti devono essere verificati periodicamente secondo le indicazioni del costruttore, e comunque dopo urti, eventi traumatici o riparazioni. La taratura deve essere documentata nella relazione di misura.

Microclima ambiente di lavoro: misure di prevenzione e protezione

Per limitare, o addirittura eliminare, i rischi causati da un ambiente di lavoro sfavorevole dal punto di vista climatico, le principali misure di prevenzione e protezione da adottare sono:

  • dotarsi di impianto di condizionamento estivo e di impianto di ventilazione estivo in modo da regolare i parametri temperature ed umidità ambientali conformemente alle normative tecniche;
  • aumentare in generale l’umidità ambientale in inverno e diminuire l’umidità ambientale in estate;
  • ridurre od aumentare la ventilazione dei locali a secondo del disagio termico dei lavoratori;
  • evitare di affollare troppe macchine o personale in pochi locali, ciò aumenterebbe le fonti di calore;
  • schermare le superfici calde radianti interne ad esempio le superfici di macchine che riscaldano eccessivamente;
  • potenziare l’impianto di riscaldamento e condizionamento;
  • adozioni di sistemi di apertura e chiusura dei portoni che riducano al minimo gli scambi termici tra l’esterno e l’interno (porte a barriera/lamina d’aria ecc..), compatibilmente con le esigenze di sicurezza per l’evacuazione in caso di emergenza;
  • posizionamento delle postazioni fisse di lavoro a distanza dalle porte che si affacciano su ambienti esterni troppo freddi o troppo caldi ecc.;
  • dotazione, nei diversi ambienti, di termostati o regolatori della velocità dei ventilatori, permettendo ai lavoratori di regolare i parametri microclimatici più vicini alle proprie esigenze;
  • garantire corretto approvvigionamento di acqua mediante dispenser messi a disposizione dei lavoratori, soprattutto in ambienti esposti a caldo severo;
  • fornire ai lavoratori idoneo abbigliamento, talvolta costituenti veri e propri DPI come ad esempio tute ignifughe e termoisolanti da prevedere per lavori in prossimità di altoforni;
  • prevedere adeguata formazione ed informazione del personale, incentivando una corretta idratazione nei periodi più caldi e di indossare gli idonei indumenti forniti nei periodi più freddi;
  • prevedere corretti programmi di pausa atte a garantire un riequilibro termico dei soggetti esposti.

Valutazione del microclima: le linee guida INAIL 2018

Un importante punto di riferimento per la valutazione del rischio è la pubblicazione INAIL 2018 sulla valutazione del microclima che riporta:

  • l’inquadramento normativo della valutazione del rischio microclima;
  • le definizioni di ambienti con rischio termico e ambienti con discomfort termico;
  • la descrizione del Metodo PMV (Predicted Mean Vote) per gli ambienti ad obiettivo comfort (moderabili);
  • la descrizione del Metodo PHS (Predicted Heat Strain) per gli ambienti vincolati caldi;
  • la descrizione del Metodo IREQ (Insulation REQired) per gli ambienti vincolati freddi;
  • la rassegna dei principali strumenti di misura.

Download GratuitoOpuscolo INAIL “La Valutazione del microclima” (2018)

Indicazioni INAIL sull’utilizzo degli apparecchi per la climatizzazione di piccoli ambienti di lavoro (2024)

In un fact-sheet pubblicato nel 2024 l’INAIL richiama l’attenzione dei datori di lavoro, dei progettisti, dei consulenti e degli stessi lavoratori sul corretto utilizzo di apparecchi per la climatizzazione di piccoli luoghi di lavoro per evitare che gli stessi si trasformino in fonti rischio per i lavoratori.

Il documento descrive l’uso corretto degli apparecchi di climatizzazione nei piccoli ambienti di lavoro, come uffici e negozi. Questi dispositivi, che includono climatizzatori, condizionatori e pompe di calore, regolano la temperatura e l’umidità dell’aria interna senza scambiare aria con l’esterno, spesso utilizzando fonti energetiche rinnovabili come i pannelli fotovoltaici.

Per evitare che questo tipo di impianti possano diventare una fonte di discomfort per i lavoratori, è necessario che siano correttamente installati e costantemente manutenuti. L’installazione deve essere eseguita da professionisti certificati secondo il D.M. 37/2008, prestando attenzione al posizionamento per evitare discomfort ai lavoratori.

Al fine di determinare se le condizioni ambientali sono confortevoli è necessario utilizzare lo standard tecnico UNI EN ISO 7730. Questo standard valuta non solo la temperatura dell’aria, ma anche l’umidità relativa, la velocità dell’aria e l’effetto radiante di corpi caldi quali le superfici vetrate esposte direttamente alla radiazione solare. Inoltre, tiene conto dell’attività metabolica associata all’attività svolta e del tipo di abbigliamento indossato.

Per effettuare questa valutazione, è necessario misurare tutti i parametri ambientali e valutare l’attività metabolica e l’isolamento termico fornito dall’abbigliamento. Durante l’estate, se la temperatura interna viene mantenuta non più di 7 °C inferiore a quella esterna, le condizioni ambientali dovrebbero risultare confortevoli, evitando sbalzi termici eccessivi che potrebbero essere pericolosi per i soggetti più sensibili.

Download GratuitoFact sheet INAIL sulla climatizzazione di piccoli ambienti di lavoro

FAQ sul microclima negli ambienti di lavoro

Che cos’è il microclima negli ambienti di lavoro?

Il microclima è l’insieme dei parametri fisici e individuali che influenzano gli scambi termici tra lavoratore e ambiente, incidendo sul comfort e sul benessere durante l’attività lavorativa.

Quali sono i principali parametri da valutare?

I parametri principali sono temperatura dell’aria, umidità relativa, velocità dell’aria, temperatura media radiante, metabolismo energetico e isolamento termico dell’abbigliamento.

Quando il microclima diventa un rischio per i lavoratori?

Il rischio si presenta quando le condizioni ambientali provocano discomfort termico o stress da caldo o da freddo, con possibili effetti sulla salute, sulla sicurezza e sulla produttività.

Quali norme regolano la valutazione del rischio microclima?

Il riferimento principale è il D.Lgs. 81/2008. A seconda del tipo di ambiente si applicano anche norme tecniche come UNI EN ISO 7730, UNI EN ISO 7933, UNI EN ISO 11079 e UNI EN ISO 7726.

Qual è la differenza tra ambienti moderati e ambienti severi?

Gli ambienti moderati sono quelli in cui è possibile raggiungere condizioni di comfort termico. Gli ambienti severi, invece, presentano condizioni tali da esporre i lavoratori a stress termico da caldo o da freddo.

Quali metodi si usano per valutare il microclima?

Per gli ambienti moderati si utilizza il metodo PMV/PPD; per gli ambienti caldi severi il metodo PHS; per gli ambienti freddi severi il metodo IREQ.

Ogni quanto va aggiornata la valutazione del rischio microclima?

La valutazione deve essere aggiornata periodicamente e comunque ogni volta che cambiano le condizioni di lavoro, gli impianti, l’organizzazione delle attività o i parametri ambientali che possono incidere sull’esposizione dei lavoratori.

Quali misure di prevenzione si possono adottare?

Tra le principali misure rientrano regolazione di climatizzazione e ventilazione, schermatura delle fonti radianti, corretta organizzazione dei turni, pause adeguate, disponibilità di acqua, abbigliamento idoneo, formazione dei lavoratori e manutenzione degli impianti.

FontiINAIL, BibLus net