Analisi dei rischi biologici e chimici e nuove frontiere della prevenzione nel recente factsheet INAIL.

Il settore del restauro dei beni culturali rappresenta un unicum nel panorama della sicurezza sul lavoro. Il tecnico della prevenzione si trova infatti a dover conciliare due esigenze spesso complesse: la tutela dell’integrità psicofisica dell’operatore e la salvaguardia del valore storico-artistico del bene.

Il factsheet pubblicato dal Dipartimento innovazioni tecnologiche (DIT) dell’INAIL, intitolato “Le attività di restauro dei beni culturali: pericoli e misure di tutela dei lavoratori”, fa il punto sulla situazione, evidenziando come l’evoluzione delle tecniche di restauro stia aprendo nuove strade anche per la mitigazione dei rischi.

Il contesto operativo: Indoor vs Outdoor

La valutazione del rischio nel restauro non può prescindere dall’ambiente di lavoro, che determina la controllabilità dei fattori di rischio:

  • Indoor (laboratori, musei): ambienti confinati con microclima generalmente stabile. Qui i rischi sono più facilmente circoscrivibili tramite impianti di aspirazione e procedure standardizzate.
  • Outdoor (cantieri, scavi archeologici): le condizioni sono variabili e meno controllabili. Oltre ai rischi specifici del restauro, si sommano quelli ambientali (lavoro in quota, microclima avverso, presenza di fauna).

Il rischio biologico: tra biodeterioramento e biorestauro

Il documento INAIL pone l’accento su una dualità interessante del rischio biologico in questo settore.

  • Il rischio “passivo” (biodeterioramento): i restauratori intervengono su opere (legno, carta, tessuti, pietra) che sono substrati ideali per batteri e microfunghi (es. Aspergillus, Penicillium). La rimozione di biofilm e muffe espone l’operatore a bioaerosol potenzialmente allergenici o tossici.
  • Il rischio “attivo” (biorestauro): è la nuova frontiera. Si utilizzano microrganismi selezionati (es. Pseudomonas stutzeri per la pulitura, Bacillus spp. per il consolidamento) per trattare l’opera. Sebbene questi “biorestauratori” siano generalmente non patogeni per l’uomo, la loro manipolazione in concentrazioni elevate richiede comunque misure di contenimento (guanti, mascherine, igiene rigorosa) per prevenire sensibilizzazioni o infezioni opportunistiche.

Il rischio chimico: la sfida della sostituzione

Il restauro tradizionale fa largo uso di miscele complesse: solventi (acetone, toluene, xilene), biocidi, resine epossidiche e pigmenti contenenti metalli pesanti. I rischi principali sono l’inalazione di COV (Composti Organici Volatili) e il contatto cutaneo.

Il factsheet richiama l’attenzione sull’obbligo di sostituzione (art. 15 del D.Lgs. 81/08). La chimica verde sta offrendo valide alternative che il tecnico della sicurezza deve promuovere presso le aziende:

  • Solventi: passaggio da sistemi a base di solventi organici a sistemi acquosi o utilizzo di “green solvents” (es. derivati da fonti rinnovabili come il lattato di etile).
  • Vernici: utilizzo di vernici ad acqua o naturali (con terpeni naturali a bassa tossicità) rispetto a quelle sintetiche.
  • Consolidanti: preferenza per consolidanti inorganici (es. silicato di etile, idrossido di bario) rispetto alle resine sintetiche, spesso più tossiche e meno compatibili con l’opera nel lungo periodo.

Innovazione di processo come misura di prevenzione

Un aspetto cruciale per i tecnici della sicurezza è comprendere che l’innovazione tecnica nel restauro è spesso la migliore misura di prevenzione primaria.

L’INAIL cita l’esempio del restauro cartaceo: tradizionalmente si usa la metil-cellulosa (la cui produzione implica cloruro di metile, cancerogeno). La ricerca sta virando verso l’uso di polisaccaridi estratti da alghe, eliminando il rischio alla fonte. Allo stesso modo, il Biorestauro citato sopra, pur introducendo un rischio biologico (gestibile), elimina spesso l’uso di solventi chimici aggressivi e tossici, migliorando il bilancio complessivo della sicurezza.

Conclusioni per il tecnico della sicurezza

Il ruolo del tecnico nel settore del restauro si sta evolvendo. Non si tratta più solo di garantire l’uso dei DPI (che rimangono fondamentali: protezione vie respiratorie, guanti chimici, ecc.), ma di collaborare con i restauratori per:

  1. valutare i prodotti: spingere per l’adozione di schede di sicurezza aggiornate e prodotti “green”;
  2. formazione: istruire gli operatori non solo sul rischio chimico classico, ma sulla corretta gestione delle biotecnologie applicate al restauro;
  3. organizzazione: progettare gli spazi (soprattutto indoor) per separare le fasi “sporche” o a rischio biologico da quelle di finitura.

La sicurezza nel restauro, dunque, passa sempre più attraverso la conoscenza dei materiali e l’adozione di tecnologie innovative che proteggono l’arte proteggendo chi la cura.

Download GratuitoFact sheet INAIL “Le attività di restauro dei beni culturali: pericoli e misure di tutela dei lavoratori” (2025)

Fonti: biblus.acca.it