L’ecopsicologia sviluppa varie direzioni di ricerca e di applicazione: una di esse si rivolge alle possibili applicazioni nei luoghi di lavoro.

L’ecopsicologia è una disciplina nuova la cui origine viene convenzionalmente fissata nel 1989. In essa confluiscono le riflessioni di un gruppo di studio dell’Università di Barkeley interessato a indagare il contributo che la psicologia può dare nella gestione dell’attuale crisi ecologica. Il gruppo si era aggregato intorno alla figura di Robert Greenway, giornalista e scrittore, già da tempo impegnato ad approfondire le relazioni tra ecologia e psicologia. Il senso dell’ecopsicologia è riassunto nel motto “L’ecologia ha bisogno della psicologia e la psicologia ha bisogno dell’ecologia”.

Successivamente era entrato a far parte del gruppo Theodore Roszak, storico della cultura e docente dell’Università di California che, sistematizzando i lavori del gruppo, pubblicò nel 1992 “The Voice of the Earth, il primo testo ufficiale sull’ecopsicologia, cui nel 1995 fece seguito la raccolta di saggi Ecopsycology che rese il tema noto al grande pubblico. La presentazione dell’ecopsicologia in Italia risale al 1997 quando venne tradotto il libro “La rete della vita” di Fritjof Capra. Nel testo si cita l’ecopsicologia, ma la conoscenza dei concetti che ne stanno alla base di essa sono diventati noti solo nel luglio 1999 grazie al convegno internazionale “L’uomo e il paesaggio” organizzato dal Comune di Riomaggiore.

L’ ecopsicologia sviluppa varie direzioni di ricerca e di applicazione. Una di esse si rivolge alle possibili applicazioni nei luoghi di lavoro. Gli obiettivi che si pone riguardano la sensibilizzazione ai temi della biodiversità, dello sviluppo sostenibile e delle scelte responsabili e vengono declinati diversamente in relazione ai vari livelli della catena di controllo coinvolgendo anche figure con compiti esecutivi. Ma i campi di intervento non si limitano a questo: viene fatto emergere il concetto della responsabilità diffusa che percorre l’intero impianto teorico della disciplina e si offrono risposte all’implicita domanda di quali possono essere gli interventi dei singoli di fronte a processi che possono apparire fuori dalla portata e dal controllo individuale suggerendo comportamenti attuabili nella quotidianità.

Inoltre, a partire dalle stimolazioni provenienti dalle riflessioni sui temi delle relazioni ecologiche e dell’interdipendenza, possono essere alla base di progetti formativi che facciano comprendere che salute e sicurezza sono la risultante multifattoriale di una corretta gestione della vita personale e lavorativa e di scelte strategiche in merito. La riflessione di conseguenza può far cogliere le connessioni tra aspetti apparentemente non direttamente collegati e indirizzare a una gestione complessivamente efficace dell’ organizzazione aziendale, toccando temi quali il teambuilding, la prevenzione dei conflitti, la valorizzazione delle risorse e dei talenti e la conseguente riduzione di fattori stressogeni e miglioramento diffuso dello stato di benessere.

Per quanto riguarda specificamente il benessere, assumono una particolare rilevanza i temi della psicologia ambientale e le risultanze di ricerche che indirizzano alla progettazione di ambienti di lavoro che favoriscano il contatto con la natura, permettendo la comunicazione diretta con l’esterno attraverso finestre apribili, in controtendenza con le progettazioni che in un recente passato lo avevano spesso sacrificato.

Gli interventi proposti possono essere minimi: si raccomanda la presenza di piante, finestre, immagini di natura. Certo si può fare di più, per esempio realizzare giardini che i dipendenti possono frequentare per ritemprarsi. E che, comunque, come ben sa chi li ha già realizzati, ha riflessi all’ interno del luogo di lavoro (riduzione dello stress, qualità delle relazioni e del clima aziendale e conseguenti riflessi sulla produttività) e produce anche un buon ritorno d’immagine all’esterno.

Fonti: puntosicuro